Un cadavere lasciato nel bosco attira milioni di insetti, vermi e microrganismi; li accoglie nella mollezza delle viscere, li nutre di polpa, e lascia di sé uno scheletro bianco, solido, ‘pulito’. Cos'è quindi la carne, se non lo sporco delle...
Aquila

Sogno un essere che mi volteggia sulla testa. È coperto da un fitto piumaggio bruno, e sul momento credo sia un’aquila. 

Quando la creatura atterra, mi accorgo che è fatta come una lente, concava da un lato e convessa dall’altro. È molto più grande di un’aquila e ha sei ali. Le ali non battono ma oscillano rapidamente, e non è possibile distinguerne i contorni. La sua testa è avvolta da un bagliore bianco simile ad una stella.

Questo è lo schizzo che ho fatto appena sveglio.

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L’uomo degli uccelli

C'era una volta un uomo sulle cui spalle si posavano gli uccelli. Quando egli stendeva la propria mano, un passero o un pettirosso si sedevano su di essa. Sin da quando era bambino, quell'uomo passava tutto il suo tempo nel bosco, con gli uccelli. Ma un giorno venne arruolato nell'esercito.

L'uomo credeva che i suoi superiori agissero per un bene più grande, per la prosperità della nazione. E così gli vennero dati degli ordini: un pericoloso criminale era fuggito nascondendosi nel bosco, e l'uomo era stato scelto per inseguirlo e ucciderlo, perché era l'unico che avesse familiare il luogo.

L'uomo inseguì il criminale per giorni e giorni, attraverso gli alberi e le radure che conosceva come il dorso della propria mano. E quando finalmente lo raggiunse, vide che non si trattava di un criminale bensì di uno straniero, come tanti ne aveva visti in tempo di guerra. Ma l'uomo non ebbe tempo di pensare a chi potesse essere lo straniero, ed eseguì i propri ordini. Da allora, gli uccelli non si posarono più sulle sue spalle.

C'è ora un uomo che vaga tutti i giorni fra gli alberi e le radure che conosce come il dorso della propria mano, chiedendo perdono agli uccelli. E promettendo che mai più sangue verrà versato in quel bosco.


They ties our world together

Sogno un falco che mangia il cuore ad una enorme aquila dalle penne blu. Provo a fotografare l'immagine con telefono, ma vedo attraverso la camera gli artigli del falco che si avvicinano. Riesco a schivare all'ultimo istante l'assalto, mentre le unghie dell'uccello si trasformano in frecce e sfumo in un altro sogno.

Vedo ora la figura di un ragazzino che mi sta bersagliando con il suo arco: è bravo, riesce addirittura a colpirmi con un ricochet, ma le sue frecce sono di plastica e non fanno male. Si avvicina a me, stizzito dal fatto che sia incolume, e mi accorgo che ha la carnagione scura ed è piuttosto ciccione. Mi complimento con lui per la bravura con l'arco, ma quello inizia a toccarmi in modi disgustosi, e a blaterare idiozie. Sento distintamente la presenza di una terza entità, ma sono troppo impegnato a cercare di liberarmi dal ragazzino per accertarmene. Provo a rifirargli dei pugni, ma ne servono molti per farlo desistere: è come colpire un muro di gomma. Gli chiedo che abbia che non vada, e in Italiano demente mi risponde che i suoi genitori l'hanno sempre obbligato a studiare, ma lui non è intelligente, e che “l'avventura di là è troppo forte”.

Vedo mentalmente la sua camera, e sento che sto passando ad un terzo sogno. La stanza è piena di libri e di poster, e uno mi colpisce particolarmente: diviso in due metà, in quella superiore vi è un collage di immagini associabili alla scienza, numeri e simboli e un grande otto sullo sfondo; in quella inferiore, una mamma di spalle e un bambino, lontani, si tendono una mano mentre un volo di farfalle bianche li unisce. Sullo sfondo, il simbolo dell'infinito. Il poster recita: “They feed our dragons. Which means they tie our worlds together”.

E nel mentre continuo a sentire in lontananza, appena aldilà del sogno, una voce spaventosa che borbotta.


Camole

Piccolo frammento di un sogno del 2012.

Ho sognato camole. Tarme del riso. Tante. Devo annotarlo perchè mi sembra importante. Mi sono svegliato con la certezza che non sia la prima volta che le camole infestino i miei sogni. Ora sono certo che negli ultimi giorni le abbia sognate ogni volta. Mi sono svegliato anche con una parola che mi rimbombava nel cervello, ‘COUVE’, 'COVATA.’ Couve significa cavolo in francese, non covata, l'ho cercato su google… e poi io non so il francese! 'La covata è in tutti i bambini’, diceva una voce. La covata di camole. Dio. Ho sognato tantissima gente con malattie gravissime: una ragazza con qualcosa che non ho saputo decifrare, distrofia muscolare o Corea di Huttington. Un ragazzo senza la mani. E poi… Dio, sto dimenticando il sogno. Non posso. E’ importante che lo ricordi.. Diceva mia nonna che le camole sono gli spiriti dei morti.


Sui Lupi.
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Ho incontrato i Lupi col volto umano in tre diverse occasioni.

La prima volta.
Mi avevano attirato al centro di una radura, con lo stesso trucco usato nei libri di Jack London: mandare avanti un singolo individuo, usarlo come esca per attirare la preda, e poi accerchiarla tutti assieme. Ricordo che i Lupi si muovevano in modo estremamente scattoso e coordinato, come nelle animazioni dei videogame di quando ero bambino. La provvidenziale comparsa di mio padre, in tuta azzurra e armato di bastone, bastò a metterli in fuga. 

La seconda volta.
Discendo un fiumiciattolo in canoa. Non mi è mai capitato di prendere la Via dell’Acqua, o se è successo prima non ne ho memoria. Il fiume è torbido, lento, costellato di vegetazione marcia e fetida: il genere di corso d’acqua che ti aspetti in Louisiana. Passo accanto ad una fattoria cadente, e un Redneck mi rivolge un sorriso sdentato e malevolo, un sorriso che racconta storie di morte, incesto e culti antichissimi. Raggelo e inizio a remare con le mani. Infime forme di vita mi sfiorano la pelle, minacciando di insediarsi nella mia carne se la lascio immersa troppo a lungo. 

Il fiume termina improvvisamente in un piccolo stagno. Smonto dalla canoa, e mi ritrovo in un’altra fattoria, stavolta apparentemente deserta. Percorro una strada che snoda in discesa per una decina di metri, fino ad un soppalco rotondo di legno. Sulla struttura è sdraiata una gigantesca vacca: la vagina è aperta e sanguinante, come se avesse appena partorito. I capezzoli sono stati staccati a morsi, con tale foga da averla quasi sventrata. La testa, molto corta e priva di corna, è contratta in una smorfia di dolore quasi umano.

Alle mie spalle, appaiono i responsabili dell’accaduto. Sempre i Lupi, ma molto più mobili e definiti che nel sogno precedente. Ringhiano e ridacchiano tra di loro, mentre mi accerchiano per la seconda volta. Sono molto forti, ma stavolta lo sono anche io, e ho imparato un nuovo trucco. Inizio a correre con i Lupi alle calcagna, quando all'improvviso una mandria di cavalli -baio, sauro, non so- appare alle spalle dei miei inseguitori. La mandria imbizzarrita li travolge e travolge anche me, mettendo fine al sogno.

I Cavalli sono l’estrema risorsa per quando le cosa si mettono male. La loro apparizione è instabile e strappa il tessuto del Sogno, per questa ragione evito di farvi ricorso. Nondimeno a volte si rendono necessari, perché ho la sensazione che subire un attacco da parte dei Lupi avrebbe ripercussioni al livello psichico, traslate nel mondo reale. Tuttavia anche i Cavalli hanno un loro limite, il fatto che anch'essi risentono della Fisica del sogni. Mi spiego:

La terza volta.
Esploro la via della Campagna, e mi accorgo che una nuova strada è stata aperta. Vi sono ancora i resti del cantiere stradale: nastro bianco e rosso, una betoniera, ciarpame accatastato un po’ ovunque. Con imprudenza percorro la nuova strada, e mi ritrovo improvvisamente in un luogo innevato. La neve mi arriva al ginocchio, faccio fatica ad avanzare e non ho idea di dove mi trovi. Sono incredibilmente esposto, e comprendo di essere caduto in una trappola: la strada è stata aperta, ma è tutt'altro che completa.

Un gruppetto di quattro-cinque Lupi compare alle mie spalle. Gli rido in faccia, e mi preparo ad usare la mia ‘magia’. Richiamo i Cavalli, li sento arrivare in carica… ma qualcosa va storto. Le lunghe zampe affondano nella neve come le mie gambe, si piegano innaturalmente, si spezzano. Li vedo cadere in modo goffo, uno addosso all'altro come birilli. La loro apparizione ha comunque distratto i Lupi, e ne approfitto per cavarmi dalla neve. Compio uno scatto e trovo rifugio in una baracca, tipo i casotti costruiti dagli operai ANAS. Uno di loro è ancora seduto accanto alla porta, la mano sulla la maniglia e congelato come Jack Nicholson nel finale di Shining. Lo spingo via con una spallata e mi chiudo dentro. 

I Lupi si lanciano con foga contro la porta di lamiera, e io contemplo le mie poche possibilità. Mi accendo una sigaretta, rassegnato alla mia sorte… quando sento un clacson. Una cosa completamente nuova, un suono in un mondo altrimenti muto! Dall’oblò della porta, vedo nuovamente mio padre: sempre in tuta blu, questa volta alla guida di una Ritmo del medesimo colore. Con una botta di coraggio spalanco la porta della baracca, menandola nel processo in testa a un Lupo, e corro. Trovo ad attendermi uno sportello aperto e un abitacolo caldo. Mi infilo nell’auto, e sgommiamo via.

Grazie Pa, te ne devo due. 


Subterranean Jungle

Sogno una pianta che cresce a velocità folle, circonda le persone in un labirinto dal quale non possono uscire, e infine le asfissia, inglobandole in un bozzolo verde. 

La prima volta l'ho affrontata in campo aperto. Era tardo pomeriggio, e il cielo grigio era ancora rigato da filigrane dorate. Attraverso una mulattiera che taglia la Prateria, per riprendere una coperta rossa che ho dimenticato da qualche parte. All'improvviso, la vegetazione inizia e a stringersi contro di me, sempre più vicina, sempre più alta.  Faccio appena in tempo ad identificare il pericolo: d’istinto recupero la coperta e comincio a correre. Le sfuggo per un soffio, perché non riesce a sbarrarmi in tempo la strada.

La seconda volta la incontro vagando per i sotterranei della Città, attraverso corridoi bui e umidi, tortuosi come un intestino. La pianta inizia a crescere sui muri di mattoni gialli, e non me ne accorgo finché non sono letteralmente coperti di foglie. Corro e vedo i rami inseguirmi, propagandosi lungo le pareti. Raggiungo una stanza a forma di S,  fiancheggiata da scaffali e sugli scaffali sono impilati barattoli di conserve. In fondo alla stanza c’è un piccolo bagno, e in terra il cadavere di un uomo: un vicolo cieco. L'intuito mi suggerisce che sia stata la pianta ad ucciderlo. Mi guardo indietro e non provo neppure a percorrere la strada a ritroso. Sono rinchiuso nella stanza,  destinato alla stessa fine. 

Passo attraverso i contenitori impolverati colmi di marmellate, ciliegie sotto spirito e quant'altro, scavalco il corpo esanime e controllo il bagnetto. Manca l'acqua, ma c'è un flacone di candeggina nel lavandino. Un’idea mi balugina nel cervello, assolutamente insensata, ma che in quel contesto privo di altre opzioni, è l’unica cosa  da fare. Insomma, come quando giochi ad una vecchia avventura grafica e resti bloccato in uno schema, ed allora inizi a cliccare su tutto e a combinare oggetti a caso, nella speranza che la soluzione venga da sè. 

 Allora prendo il flacone e ne verso il contenuto nel gabinetto. Ed intanto prego: “Padre nostro..”


Superquark (sogno strano)

Stanotte mi sono svegliato e ho scritto ‘sta roba:
“L'iscrizione sulla facciata recita ‘per l'oro ed il poco denaro di chi non teme guerre e suoceri’. Con 'suoceri’ ci si riferiva ai Senatori, responsabili di aver impedito la costruzione di un collegamento tra Forte degli Ebrei e il Forte delle Disgrazie.
Esisteva anche un piccolo villaggio fuori le mura, definito 'città greca’ per un errore di traduzione dalla lingua dei primi aviatori che effettuarono sorvoli della zona; il significato effettivo è invece quello di 'città grigia’, in riferimento alle decorazioni bianche e nere delle case.”


Altro notturio.

Continua la mia collezione di sogni tristi, e un nuovo notturio si aggiunge al bestiario onirico: un neonato deforme, una testa posta su di un corpo cilindrico e privo di arti, simile ad un grottesco pene. Da sotto al capo pende un velo di pelle, con un singolo capezzolo malformato; al centro, vi è un rigonfiamento in corrispondenza dello stomaco; all'estremitá inferiore, sporge un abbozzo di piede. La pelle della creatura è estremamente fragile, si apre in minutissime crepe rosse. L'unica cosa davvero umana sono due vividi occhi azzurri.

Una voce mi racconta come i progressi nella scienza medica abbiano permesso un miracolo, ovvero rimpiazzare quella cute di vetro con una nuova pelle artificiale. Nel sonno chiedo se valga la pena investire così tanto, per prolungare l'esistenza di quell'essere infelice. Nel sonno metto in dubbio la vita stessa, e quanto il suo valore e la sua qualitá siano connessi: mi viene risposto che anche la più sofferente delle creature merita di attenuare la propria agonia, anche solo in minima parte. E che la vita è un diritto tenace, più della volontá umana e del senso comune.

Dovrei disegnare anche questo notturio, provare a trovargli un senso, ma non ce la faccio. È davvero troppo per me, stavolta.


Le streghe.

In realtà, le streghe cavalcavano le scope con la saggina davanti, alla faccia dell’aerodinamica. Erano soprattutto erboriste, conoscitrici delle piante e delle loro proprietà. Spalmavano i manici delle scope con unguenti a base di Belladonna, e li cavalcavano nude: l’atropina contenuta nell'unguento veniva assorbita dalla mucosa vaginale, e dava loro l’impressione di volare.


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